In 28 anni dopo, nuovo film di Danny Boyle uscito a giugno 2025, il regista britannico ha deciso di compiere una scelta audace: girare gran parte delle riprese utilizzando un iPhone 15 Pro. La mia riflessione.
Quando si parla di innovazione nel cinema, pochi registi hanno saputo osare quanto Danny Boyle. Autore di opere che hanno ridefinito il linguaggio cinematografico degli anni ’90 e 2000, da Trainspotting a The Beach, passando per l’Oscar vinto con The Millionaire, Boyle è tornato con un nuovo capitolo della saga zombie che ha rivoluzionato il genere nel 2002: 28 anni dopo, terzo atto iniziato con 28 giorni dopo e proseguito con 28 settimane dopo. Ma a colpire questa volta non è soltanto il ritorno in un universo narrativo potente e disturbante, bensì la scelta tecnica con cui il film è stato girato: un iPhone 15 Pro Max.
Una parte significativa del film è infatti stata realizzata con lo smartphone Apple, suscitando reazioni contrastanti tra i videomaker e gli appassionati di cinema e generando un acceso dibattito nel mondo della cinematografia. Questa decisione, però, va ben oltre la provocazione o la trovata pubblicitaria: è una dichiarazione artistica, un segnale forte lanciato da un regista che ha sempre sfidato le convenzioni. Ma cosa c’è dietro questa scelta? E cosa possiamo imparare, oggi, da un film girato con uno strumento che molti di noi tengono quotidianamente in tasca?
Un Ritorno Coerente Alle origini
Per comprendere la scelta di Boyle, bisogna tornare indietro di oltre vent’anni, quando nel 2002 28 giorni dopo cambiò per sempre il modo di fare cinema horror. All’epoca, il film fu girato con videocamere digitali Canon XL1 su MiniDV (in piena epoca di transizione tra analogico e digitale), un formato che all’epoca era considerato semi-professionale, pensato più per documentari e reportage che per il grande schermo. Una scelta apparentemente “cheap”, ma in realtà profondamente ragionata. Boyle e il direttore della fotografia Anthony Dod Mantle volevano restituire realismo, immediatezza e un’estetica disturbata alla narrazione.
E quel look “sporco”, fatto di grana, colori spinti e movimenti a mano libera, divenne parte integrante della grammatica visiva del film. In un’epoca in cui il digitale era ancora una frontiera incerta, 28 giorni dopo tracciò la rotta di un nuovo modo di intendere l’immagine cinematografica. Oggi, con 28 anni dopo, Boyle compie un gesto speculare: sceglie un dispositivo moderno e accessibile, ancora considerato “non professionale” da molti, per tornare a un’estetica urgente, viscerale e minimale. Il tutto aggiornato alle potenzialità tecniche del 2025. È come se chiudesse un cerchio, dando continuità a una poetica fondata sulla libertà espressiva più che sulla potenza dei mezzi.

L’iPhone Utilizzato Come Strumento Artistico
È facile pensare che la scelta dell’iPhone sia stata fatta per colpire l’immaginario collettivo, in un’epoca in cui il marketing si nutre di storytelling tecnologico. Ma guardando la filmografia di Danny Boyle o ascoltando le interviste di Boyle, si capisce subito che non si tratta di una provocazione, né di una scorciatoia: è una vera scelta di regia, in linea con una precisa visione artistica. Il regista britannico ha sempre cercato di sporcarsi le mani, di avvicinarsi il più possibile alla materia viva della storia, spesso usando tecnologie leggere e linguaggi visivi anticonvenzionali. Nel caso dell'iPhone 15 Pro Max,
« C’è qualcosa nell’immagine dell’iPhone che trovo incredibilmente viva, reale. Le sue imperfezioni aiutano a raccontare una storia come questa. »
(Danny Boyle, intervista rilasciata a Deadline)
Con queste parole, il regista spiega come le qualità non perfettamente “cinematografiche” del sensore dell’iPhone – la nitidezza aggressiva, i limiti nella gestione della luce, la gamma dinamica talvolta estrema – diventino pregi narrativi per un film che ha bisogno di tensione, disordine, movimento, improvvisazione. Lungi dal cercare l’immagine patinata da pubblicità, Boyle cerca l’urto visivo, il disagio, la sensazione che qualcosa possa sfuggire di mano da un momento all’altro. L’iPhone, con la sua capacità di stare dentro la scena, si trasforma in un “occhio” quasi documentaristico, un testimone silenzioso e onnipresente.
Cosa Può Fare un iPhone 15 Pro Max in Mano a un Regista?
Difficile pensare a un altro regista che abbia sperimentato così tanto con i linguaggi del visivo come Danny Boyle. Nei suoi film troviamo inquadrature deformate, montaggi sincopati, viraggi cromatici estremi, mix tra digitale e analogico, stop motion, animazioni 3D, split screen, sequenze visionarie. Boyle non è un esteta, ma un artigiano che manipola l’immagine per arrivare al cuore dello spettatore. Per lui, la forma è sempre al servizio del contenuto, e ogni tecnologia è buona se serve a trasmettere emozione, caos, energia. L’uso dell’iPhone 15 Pro Max, in questo senso, è perfettamente coerente. Rappresenta una nuova tappa della sua continua ricerca, una sfida tecnica e narrativa. È il prolungamento di un’estetica che privilegia l’esperienza immersiva alla perfezione formale. E, come in passato, anche in 28 Anni Dopo la sua regia è tutta fisica, a ridosso dei corpi, dentro l’azione, spesso priva di intermediazioni.
Le potenzialità dell’iPhone 15 Pro Max non sono più una novità per chi lavora nel settore video. Con il supporto al codec ProRes Log, la possibilità di registrare direttamente su SSD esterni, l’uso di obiettivi anamorfici, e una qualità 4K a 10bit in 60fps, lo smartphone Apple è diventato un mini-rig tascabile, perfetto per produzioni agili e flessibili. Ma ciò che colpisce è il modo in cui queste caratteristiche vengono sfruttate da Boyle. Non si tratta solo di tecnica, ma di regia:
- Il sensore piccolo permette di infilarsi in spazi ristretti, come corridoi, bagni, cunicoli, automobili.
- La leggerezza consente movimenti rapidi, inseguimenti, rotazioni, senza bisogno di gimbal o dolly.
- L’ingombro ridotto permette riprese più intime, meno invasive per gli attori, più spontanee.
- Il look finale, gestito in post-produzione, è potente, realistico, disturbante.
Boyle ha comunque utilizzato un setup ibrido: alcune sequenze sono state girate con cineprese tradizionali, altre interamente con iPhone. Ma non c’è soluzione di continuità: le immagini si fondono, grazie a un lavoro meticoloso di color matching e montaggio. Questo gli ha permesso di “stare addosso ai personaggi”, inseguirli nei corridoi o nelle strade senza grosse troupe o carrelli. Un ritorno a un cinema più guerrilla, che si sposa perfettamente con la tensione e l’energia del racconto zombie.

iPhone sì, Ma in Grande!
A conferma che non si tratta affatto di un esperimento “amatoriale”, 28 anni dopo ha ricevuto in gran segreto supporto tecnico diretto da Apple. La casa di Cupertino ha collaborato con la produzione fornendo know-how e probabilmente anche assistenza sul set, come già avvenuto in altri casi simili (vedi Lady Gaga Live o Shot on iPhone campaigns). Il film, pur essendo stato girato in gran parte con iPhone 15 Pro Max, mantiene un formato d’immagine ultra panoramico 2.76:1. È una scelta fortemente cinematografica, che dimostra quanto lo smartphone, se usato con consapevolezza, possa reggere un’estetica da grande schermo. Ma non finisce qui. In alcune sequenze – in particolare quelle più fisiche e disturbanti – Boyle e il suo team hanno spinto la sperimentazione ancora oltre, utilizzando fino a 20 iPhone contemporaneamente, montati in configurazione semicircolare o lineare per simulare un effetto simile al celebre “bullet time” in Matrix. Non si tratta di un semplice trucco visivo: è un vero e proprio linguaggio. Il regista a Wired e The Verge ha spiegato così la scelta:
« Offre una visione a 180 gradi di un'azione, e in fase di montaggio è possibile scegliere tra diverse opzioni, suddividendo il soggetto nel tempo, saltando avanti o indietro. Trattandosi di un film horror, lo usiamo per le scene violente per enfatizzarne l'impatto. Per un attimo il pubblico è dentro la scena, dentro l'azione, invece di osservare un'immagine in modo classico. »
Boyle cita in particolare due scene emblematiche. La prima è quella in cui Jodie Comer esplode in un momento di rabbia contro il personaggio interpretato da Aaron Taylor-Johnson: uno sfogo viscerale e disturbante che, grazie alla multi-camera iPhone, diventa tridimensionale, sincopato, immersivo. La seconda è una sequenza ambientata su un treno abbandonato, in cui si assiste a un confronto con un “alfa” dal corpo mutilato e la spina dorsale esposta: un’immagine che diventa quasi sensoriale, perché l’iPhone ti mette dentro quel vagone, vicino al sangue, alla paura, al disorientamento.

I Vantaggi Pratici dell’iPhone per i Filmmaker
Girare con un iPhone non significa rinunciare alla qualità. Al contrario, se si vuole raggiungere un risultato cinematografico, è necessario un workflow preciso e professionale: registrazione in ProRes Log per mantenere il massimo dettaglio possibile; utilizzare app professionali come FiLMiC Pro o Blackmagic Camera per il controllo totale dell’immagine; effettuare color grading avanzato in DaVinci Resolve, sfruttando LUT personalizzate per l’uniformità visiva e utilizzare accessori professionali come filtri ND, cage modulari, monitor esterni, microfoni direzionali. Questi strumenti permettono di ottenere immagini degne del grande schermo, ma soprattutto garantiscono coerenza estetica con il resto della produzione. Nel caso di 28 anni dopo, Boyle ha dichiarato di aver usato accessori e software professionali e di aver lavorato a stretto contatto con i reparti FX e post-produzione per calibrare ogni singolo frame girato con iPhone, creando un look visivo capace di fondere imperfezione e rigore visivo.
Al di là del caso specifico, la decisione di Boyle ha un impatto enorme su chi lavora ogni giorno con la videocamera in mano, soprattutto nel cinema indipendente. Perché l’iPhone, oggi, non è più un compromesso. È un’opportunità. L’abbattimento dei costi, l’accessibilità, la libertà creativa e logistica sono elementi centrali nel lavoro quotidiano di molti di noi. Girare con lo smartphone significa fare set up rapidi, riprese che non danno nell'occhio, muoversi con zaini leggeri e team contenuti. Per Boyle, queste sono state esigenze artistiche. Per i videomaker indipendenti possono essere esigenze pratiche, perché permettono di mantenere costi di produzione più bassi, e poi una camera così piccola è di certo meno intimidatoria per gli attori e consente performance più naturali. Non sottovalutare questo aspetto, soprattutto se lavori con attori e attrici esordienti, ti permette di girare “in incognito” per strada o in mezzo alla folla. L’obiettivo però resta lo stesso: raccontare una storia nel modo più diretto e potente possibile.
Una Lezione di Libertà Per i Creativi di Oggi
Questa scelta è una notizia straordinaria per chi lavora o vuole lavorare nel video. Non perché ora “basta un iPhone per fare un film”, ma perché dimostra che la barriera tecnologica si è abbassata. La vera sfida non è avere la camera da 100mila euro, ma avere idee e la capacità di raccontare una storia in modo efficace, per emozionare o costruire tensione. L’iPhone 15 Pro Max, con il ProRes Log, permette a un videomaker di avere nelle mani un mezzo che fino a pochi anni fa era impensabile. Certo, servono competenze, idee, gusto e un team che sappia trattare quel materiale nella fase di color grading e montaggio.
Nel mio percorso di filmmaker, ho avuto modo di sperimentare sul campo queste possibilità. Nel 2016 ho diretto il videoclip Wait for You utilizzando esclusivamente un iPhone 6s Plus. Montato parzialmente in iMovie, il progetto è nato come sfida creativa: usare gli strumenti minimi per raccontare un’atmosfera, un’emozione. Ho giocato con il time-lapse, la slow motion, le riprese in 4K, creando un’estetica essenziale. Un piccolo esperimento che ha anticipato, in qualche modo, le potenzialità oggi offerte dai dispositivi mobili. Da allora, in molti altri progetti – backstage, videoclip, reels, brevi documentari – ho continuato a utilizzare lo smartphone (o action cam economiche) come estensione della mia visione, anche in contesti professionali. La rapidità di esecuzione, la discrezione dello strumento, la leggerezza mentale con cui ci si approccia alla ripresa, rappresentano un’alternativa liberatoria alla macchina da presa classica.
Viviamo in un’epoca straordinaria, in cui le barriere tecnologiche sono crollate. Uno smartphone può diventare una macchina da presa, uno zaino può contenere un intero set, un video virale può nascere da un’idea istantanea. Pertanto la più grande lezione che 28 Anni Dopo lascia a noi amanti del video, a prescindere dal fatto che come film possa piacere o meno, è forse questa: l’urgenza di tornare a raccontare. Di smettere di inseguire la perfezione, l’upgrade tecnologico, le ottiche da migliaia di euro. E di riscoprire il gesto essenziale del filmare, quello che ci ha spinti a prendere in mano una camera la prima volta. Boyle ci ricorda che l’occhio conta più del mezzo. Che un film può nascere anche con una camera “non da cinema”, se ha qualcosa da dire. Che la forma può essere grezza, ma la sostanza deve essere viva, pulsante.
Avevi mai pensato che si potessero girare videoclip, corti e persino un blockbuster con l'iPhone? Scrimivimi cosa ne pensi nei commenti.







