Corti sul web è la rubrica in cui analizzo i cortometraggi trovati sul web che mi hanno ispirato.
Ogni regista ha un momento zero, un film in cui il suo sguardo è ancora acerbo ma già riconoscibile. Negli ultimi anni, si è acceso un vivace dibattito tra registi a favore e contro l’uso dell’intelligenza artificiale, una discussione che inevitabilmente sta ridefinendo il concetto stesso di autorialità e di linguaggio visivo. Eppure, guardando indietro a quegli inizi, come nel caso di Fortune Cookie (1991) di Darren Aronofsky — un corto realizzato durante gli studi all’AFI Conservatory, molto prima di Pi – Il teorema del delirio e Requiem for a Dream — si riscopre la forza primordiale di uno sguardo umano che prende forma, fragile e imperfetto, ma autenticamente personale.
Lo si trova su YouTube, in una copia tremolante e sgranata, ma è proprio in quella grana che comincia a prendere vita un autore.Chi mi conosce sa che sono un grande estimatore della filmografia di Aronofsky, di conseguenza la visione di Fortune Cookie mi ha suggestionato enormemente: in questo piccolo film rivedo alcuni dei temi, degli stilemi e delle caratteristiche che amo tanto nel suo cinema. Te ne parlo, in questa puntata di Corti sul web.
Il Corto Fortune Cookie è Una Parabola Sulla Dipendenza
Il protagonista di Fortune Cookie è un venditore porta a porta che non riesce più a lavorare senza prima leggere un messaggio positivo dentro un biscotto della fortuna: ogni frase diventa un talismano, ogni briciola un segno del destino; quando la sorte non lo assiste, la sua giornata crolla. Il film è breve, surreale, a tratti comico, ma dentro la leggerezza si intravede già un tema ossessivo: la dipendenza come forma di fede. Aronofsky lo racconterà ancora e ancora, con droghe, numeri, fama, religione. Tutto parte da qui: da un uomo che crede più in un biglietto di carta che in se stesso.

La Grammatica Visiva: Tra Pi e Requiem for a Dream
Guardando Fortune Cookie, è difficile non pensare ai film che verranno. C’è già la fotografia contrastata di Pi: bianco e nero violento, luce che scolpisce i volti, spazi stretti e menti che traboccano. La palette è ancora improvvisata, ma l’intento è creare un mondo claustrofobico, dove la realtà si piega al pensiero del protagonista. Aronofsky sperimenta con inquadrature deformate, grandangoli spinti, soggettive instabili: come se la camera cercasse di seguire un impulso interiore, più che una logica di racconto.
In alcune sequenze, il ritmo si frammenta in montaggi sincopati: primi piani, dettagli, inserti simbolici che interrompono la linearità narrativa. È lo stesso linguaggio che, qualche anno dopo, esploderà in Requiem for a Dream con gli “hip hop montage”, i tagli serrati, gli oggetti che diventano sintomi visivi della dipendenza (la siringa, la pillola, la TV). In Fortune Cookie, quel linguaggio è ancora un balbettio, ma già contiene la sua grammatica: il corpo come spazio di ossessione, la ripetizione come ritmo visivo della schiavitù.

Anche in Fortune Cookie il Suono è Pulsazione Interiore
Persino la traccia sonora anticipa il futuro Aronofsky: non c’è ancora Clint Mansell (compositore e musicista britannico, noto per le sue collaborazioni con il regista) ma ci sono già i battiti secchi, le ripetizioni, le frasi spezzate che si sovrappongono come in una mente che non sa più distinguere pensiero e realtà. Il suono in Fortune Cookie non accompagna: disturba, spinge, accelera. È un suono psicologico, non ambientale.
Detto tra noi, Mansell è l’autore di alcune delle colonne sonore più iconiche del cinema contemporaneo: il brano Lux Aeterna (da Requiem for a Dream) è diventato un classico assoluto, una pulsazione tossica usata in decine di trailer e remix; in Pi il suono diventa rumore matematico; in Black Swan Mansell reinventa Čajkovskij in chiave psicologica e disturbante. Ma la radice di questo sodalizio viene da un’idea che è Aronofsky coltiva già in Fortune Cookie: il suono è dipendenza.

Fortune Cookie: Il Volto Della Paranoia
Dal punto di vista visivo, il film è costruito su una continua alterazione percettiva. Aronofsky usa la macchina da presa come uno strumento di distorsione: l’obiettivo non è osservare, ma entrare nella mente del personaggio. Il venditore è seguito da inquadrature ravvicinate, spesso oblique, che cancellano il contesto; i corridoi sembrano tunnel, i volti si deformano, i biscotti diventano simboli. Se ci penso, è la stessa poetica che ritroveremo nel volto di Max Cohen in Pi, perso tra numeri e allucinazioni, e in quello di Marion o Harry in Requiem, consumati dal desiderio. In tutti questi casi, la macchina da presa non segue, ma perseguita.
Insomma, guardare questo corto oggi è come osservare il primo disegno di un architetto che poi costruirà cattedrali: c’è l’imperfezione, ma c’è anche già la scintilla. Sono gli inizi di un autore che, vent’anni dopo, userà lo stesso linguaggio per parlare di ambizioni titaniche e crolli interiori. Inoltre Aronofsky è tra quei registi il cui messaggio è sempre cristallino e di grande ispirazione per chi fa film: prima ancora della tecnica, viene lo sguardo.
Conoscevi il corto Fortune Cookie? Se vuoi suggerirmi un video - uno spot ma anche un cortometraggio d'autore - che hai visto sul web e che ti ha colpito, per la sua tecnica sensazionale o per il contenuto, scrivimi nei commenti qui sotto o contattami. Sono curioso!







