Un progetto d’arte urbana che trasforma le pareti in pagine di storia, tra identità locale e linguaggio contemporaneo. Il mio racconto, un anno dopo, dai primi schizzi all’installazione del Container Museum.
Ci sono paesi che raccontano le proprie storie con le parole, altri con le feste di piazza. A Paceco, piccolo centro a pochi chilometri da Trapani, sono i muri a parlare. Passeggiando tra le sue vie, ci si accorge presto di trovarsi dentro un museo inconsueto, senza teche, biglietti o orari d’ingresso. Le facciate delle case diventano pagine visive di un racconto collettivo, dipinto con passione, memoria e visione. È il Museo a Cielo Aperto, un progetto ideato dall’assessore Danilo Fodale che ho seguito passo dopo passo per un intero anno, tra osservazione costante e documentazione appassionata.
L’iniziativa nasce con un intento chiaro: valorizzare la storia e la cultura del territorio attraverso un linguaggio visivo accessibile a tutti, capace di coinvolgere diverse generazioni. Dai primi schizzi tracciati a mano sui muri del paese ai murales completati, fino all’installazione di un vero e proprio Container Museum, il progetto ha seguito un percorso coerente, profondo e coraggioso. In un momento storico in cui i piccoli comuni spesso faticano a trattenere i giovani o a reinventarsi culturalmente, Paceco ha scelto di aprire le porte all’arte contemporanea. E lo ha fatto con autenticità: senza forzature, senza mascherarsi. Ha usato i suoi spazi reali – i muri, i cortili, le piazze – come tela viva, mantenendo un legame forte con la propria identità.

Il Container Museum: Arte in Movimento
Fulcro del progetto è l’installazione del Container Museum in piazza Martiri di Nassirya: un container navale riconvertito in galleria d’arte contemporanea, progettato per ospitare mostre temporanee, installazioni e progetti partecipativi. Un simbolo potente, che racconta un’idea di museo dinamico, aperto, in movimento e in dialogo costante con l’esterno. Il container non è stato calato dall’alto, ma integrato nel tessuto urbano e progettuale. L’obiettivo? Creare un laboratorio artistico permanente, dove la cultura non si limiti a essere custodita, ma venga vissuta, scambiata, reinterpretata. Secondo l’assessore alla Cultura Danilo Fodale, l’iniziativa risponde a diverse finalità: “colorare” il paese, favorire l’integrazione tra generazioni, valorizzare le storie antiche in chiave contemporanea e dare spazio a giovani artisti fino a oggi poco visibili. Il container, in questo senso, è solo il primo passo di un percorso più ampio, che includerà nuovi murales narrativi e il restyling del vecchio museo della civiltà contadina, rimpastando tradizione e innovazione.
A colpirmi, quando ho visto le opere complete, è stata soprattutto la vitalità dei colori. Toni caldi, ocra e rossi, blu profondi: sfumature che sembrano tratte direttamente dalla terra e dal cielo di Sicilia. I murales si integrano perfettamente con le architetture: spesso le finestre reali entrano a far parte del dipinto, oppure i balconi fioriti fanno da cornice naturale a un volto dipinto. È come se Paceco avesse deciso di indossare un abito nuovo, senza tradire la propria essenza. Come mio solito, ho usato la luce naturale come principale alleata, lasciandomi guidare dalle sue variazioni nel corso della giornata. Ogni murale suggerisce un ritmo, una messa in scena. Ogni angolo del paese può diventare un’inquadratura cinematografica. Non servono set o attrezzature complesse: qui, è lo spazio stesso a essere narrativo, carico di simboli e memorie.
Raccontare il Museo con lo Sguardo di un Turista Curioso
Per raccontare il Museo a Cielo Aperto di Paceco, ho concepito il video assumendo il punto di vista di un turista curioso, a passeggio tra le vie della cittadina. Un approccio che mi ha permesso di superar molte difficoltà grazie al problem solving e di abbracciare una narrazione più documentaristica: lenti movimenti di camera che accarezzano i muri e i container dipinti, si fermano sui dettagli, scivolano lungo le vie strette e luminose. Ogni muro è un quadro che custodisce una parte dell’identità di questo territorio, ma anche dell’artista che l’ha realizzato. Tra gli autori coinvolti per l'inaugurazione, spiccano i nomi di Piergiorgio Leonforte (aka Piriongo, anche direttore artistico del progetto), Massimiliano Errera, Giovanna Colomba e Nadia Biondo: ciascuno con il proprio tratto distintivo, ma accomunati dalla volontà di dare voce alle pareti di Paceco.
« È l’inizio, lo stimolo, lo slancio verso la costruzione di una modernità in un luogo ricco di tradizione. Un percorso che guarda con attenzione e dedizione a tutto ciò che è innovazione, sviluppo e nuove idee, attraverso i linguaggi dell’arte. »
(Danilo Fodale, assessore alla Cultura di Paceco)
Nel video si alternano le voci degli artisti e delle istituzioni. Quella di Piriongo è particolarmente significativa: i suoi murales fondono il linguaggio della pop art con il valore della memoria, attraverso volti, simboli e suggestioni ispirati alla cultura siciliana. Sono opere che non cercano solo di decorare, ma di interrogare lo spettatore, di invitarlo a riflettere sul passato e sul presente. Accanto a lui intervengono anche l’assessore Danilo Fodale, ideatore del progetto, e il sindaco Aldo Grammatico, che ha sostenuto con convinzione l’intera iniziativa. Dai loro interventi emerge un’idea di cultura inclusiva, partecipata, orizzontale, dove l’arte non viene imposta, ma costruita insieme alla comunità. Un’arte che non ha bisogno di cornici o pedane per esistere, ma che si radica nei luoghi quotidiani e li trasforma, rendendoli straordinari.



Un Museo a Paceco che Vive e Respira
Diversamente da un museo tradizionale, qui non ci sono teche di vetro o biglietti da strappare. Il Museo a Cielo Aperto di Paceco è gratuito, aperto, democratico. È un museo che vive e respira insieme al paese, che cambia con la luce del giorno e con il passare delle stagioni. Può capitare di vederci un gruppo di bambini giocare sotto un murale, una signora che stende i panni vicino a un volto dipinto, o un passante che si ferma a fotografare un dettaglio mai notato prima. È questa commistione tra arte e vita a rendere Paceco un caso interessante, soprattutto in un contesto periferico, fuori dai circuiti turistici più battuti. Per un videomaker, un luogo così è una miniera visiva. Il video suggerisce già tante possibilità: piani stretti sui volti dipinti che sembrano respirare, carrellate che accompagnano il visitatore lungo le stradine, giochi di fuoco e sfocato per isolare un dettaglio e restituire l’emozione di una scoperta.
Se c’è una cosa che ho imparato seguendo questo progetto per un anno intero, è che l’arte può nascere ovunque, anche (e soprattutto) nei luoghi che sembrano più distanti dal mondo dell’arte. Il Museo a Cielo Aperto di Paceco è anche un invito a rallentare. Non è un posto da visitare in fretta, segnando una spunta sulla lista. È un luogo dove fermarsi, sedersi su una panchina, osservare come la luce del pomeriggio accende certi colori e ne spegne altri, come l’ombra di un balcone cambia il volto a un ritratto. Dove perdersi in un labirinto di storie dipinte. Perché Paceco non è un museo: è un paese vivo, con le sue strade, le sue case e soprattutto la sua gente. E se un giorno capiterai da queste parti, non cercare il museo su Google Maps. A Paceco, l'arte è ovunque. Basta camminare, osservare, e lasciarsi guidare dai colori.

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