Ho avuto il piacere di essere ospite del podcast Love Stories, un’occasione preziosa per raccontare la mia visione della videografia di matrimonio.
Per me, realizzare un video di matrimonio significa molto più che sommare riprese e montaggio: è un atto narrativo, un modo per dare voce all’essenza più autentica delle storie d’amore. Che tu ci creda o no, il reportage matrimoniale è tra le forme più complesse di narrazione visiva. Perché? Bè, banalmente perchè non ammette errori e non prevede repliche. Da parte degli sposi scegliere un videomaker è un salto nel vuoto, un atto di fiducia che io sono ogni volta intenzionato a ricambiare con tutto il mio impegno, la mia creatività e un gran bel po’ di spirito di improvvisazione. Penso, infatti, che ci siamo due modi per raccontare il matrimonio: studiare ogni ripresa per arrivare alla costruzione perfetta di un video fatto di immagini che sembrano confezionate ad hoc e in cui, ahimè, sono certo che tra qualche anno gli sposi non si riconosceranno più. Riguarderanno il loro video e diranno: «Ma eravamo noi questi così impostati?».
Il modo che ho scelto io, invece, è il wedding reportage. Un metodo opposto, direi. La parola d’ordine per gli sposi è essere sé stessi, divertirsi, commuoversi, abbracciare a caso amici e parenti, insomma fare tutto quello che dice loro la testa. In fondo, è o no il Giorno più Bello? Il mio compito è vivere questa festa insieme agli sposi e tirare fuori tutto il bello che esiste nel loro amore e nell'affetto di chi li circonda. È semplice? Per niente. Infatti ci ho messo un po’ ad arrivare alla consapevolezza di come volevo svolgere il mio lavoro. In questo articolo ti propongo una sintesi dei temi trattati nel podcast Love Stories, in cui parlo proprio di questo approccio e del mio modo di intendere la videografia di matrimonio.
Come Sono Diventato un Filmmaker
Chi segue il mio blog sa che il mio percorso nel videomaking non è nato in modo convenzionale. Tutto è cominciato con la critica cinematografica: ho vissuto alcuni anni a Roma, dove recensivo film, analizzavo le narrazioni, cercavo significati nascosti. Quell’esperienza ha affinato il mio sguardo e mi ha dato gli strumenti per poter leggere le immagini, a comprenderne il potere evocativo. Il cinema ha plasmato profondamente la mia visione e il mio approccio al racconto per immagini. Dopo Roma, la svolta è arrivata con l’esperienza forse più formativa della mia vita: un lavoro in una televisione privata a Comiso, vicino Ragusa. È lì che ho preso in mano una videocamera per la prima volta e ho fatto la vera gavetta — riprese, montaggi, interviste, ma anche pulizie. In quel contesto ho capito che la la camera è un’estensione del mio corpo, un mezzo per dare forma alla realtà. E, soprattutto, ho scoperto che ciò che più mi coinvolgeva erano le cose che accadevano spontaneamente, senza copione.
È da questa consapevolezza che è nato il mio amore per il reportage – e, con il tempo, per il wedding reportage.
Il passaggio al mondo dei matrimoni è avvenuto in modo naturale, grazie ad amici e colleghi. All’inizio ero curioso, poi mi sono accorto che era un ambiente incredibilmente stimolante per una persona come me, emotiva ed empatica. Entrare in contatto con le coppie, percepire e raccontare le loro emozioni, è diventato qualcosa che mi appassiona profondamente. E, sì, mi diverte anche. Le mie passioni sono sempre state trasversali: oltre al cinema, ho amato i videogiochi (da ragazzo ero un vero nerd) e i fumetti. Tutto questo ha contribuito a formare la mia sensibilità visiva e narrativa, alimentando un linguaggio personale che oggi porto dentro ogni progetto.

Il Reportage: Essere Invisibili, Cercare la Verità
Fare reportage non significa semplicemente "non mettere in posa". Significa immergersi in una storia senza riscriverla, osservare senza interferire e, soprattutto quando si tratta di un matrimonio, avere la sensibilità di leggere le emozioni prima ancora che si manifestino. Una carezza tra madre e figlia, uno sguardo trattenuto tra gli sposi, una risata che scioglie la tensione: il mio compito è esserci, ma senza farmi notare. Come un’ombra discreta. Come un narratore invisibile. Spesso le coppie mi chiedono come si possa distinguere un reportage autentico da uno che lo è solo in apparenza. La risposta, per quanto scomoda, è semplice: la verità di un reportage si riconosce sul campo, non nel video finito. Posso montare un filmato “in stile reportage” anche partendo da un matrimonio costruito e in posa, ma non posso fingere di averlo vissuto da reporter se il mio approccio è stato quello classico – per non dire superato. Personalmente, non interrompo una scena, non suggerisco pose o movimenti: è una questione di rispetto, di coerenza, di sensibilità. Purtroppo, nel mondo dei video matrimoniali, c’è ancora chi considera questo lavoro un ripiego o una scelta che ti preclude altre strade creative. Nulla di più lontano dalla mia esperienza.
Chi fa wedding reportage sviluppa competenze straordinarie: capacità di adattamento, prontezza, problem-solving, intuito narrativo, sensibilità estetica – tutto senza il controllo di un set. In un matrimonio non puoi mettere in pausa una scena o chiedere un secondo ciak. Devi essere pronto. Sempre.
Per me, il cuore del mio lavoro è proprio questo: essere invisibile agli occhi, un osservatore silenzioso che coglie la bellezza nei gesti più semplici e autentici. È questo che distingue il mio modo di fare reportage da chi si limita a definirsi “reportagista”, ma poi dirige ogni gesto, ogni scena. La vera difficoltà, per le coppie, è proprio riuscire a cogliere questa differenza. Non cerco l’inquadratura perfetta o la luce più scenografica: cerco il sentimento, la verità del momento. Preferisco un abbraccio sincero in un angolo buio, anche con una luce “imperfetta”, piuttosto che uno costruito accanto a una finestra solo per ottenere un effetto visivo gradevole. Quando riguardo un video, voglio ritrovare la materia viva delle emozioni provate quel giorno. Se lo costruisco troppo, il video non parla più della coppia, ma solo di me. Detto questo, non tutte le coppie sono uguali, e nemmeno il reportage può esserlo sempre. Un professionista deve saper riconoscere quando è il momento di restare sullo sfondo e quando, invece, è giusto offrire una guida leggera. Esistono coppie che non si sentono subito a proprio agio davanti alla videocamera, ed è importante non forzarle, ma accompagnarle con delicatezza, trovando un equilibrio tra direzione e spontaneità. Accettare la diversità di ogni coppia è parte essenziale del mio lavoro.

La Narrazione Inizia Prima, La Vera Regia È nel Montaggio
È un errore pensare che il reportage sia semplicemente “filmare a caso”. Ogni volta che accendo la mia Sony a7SIII, sto già iniziando a costruire una storia. E quella storia, in realtà, comincia molto prima delle riprese: inizia nel momento in cui conosco la coppia. Se non so chi sono, se non comprendo la loro sensibilità, come potrei raccontarli davvero? Sapere se sono espansivi o introversi, riservati o gioiosi, mi permette di adottare l’approccio giusto: sempre discreto, ma mai passivo. Il segreto più grande, forse, è proprio la connessione. Prima ancora di iniziare a filmare, voglio entrare in sintonia con le persone che ho davanti. Capire cosa amano, come si parlano, come si guardano. Senza questo passaggio, il mio lavoro perderebbe significato: potrei anche filmare immagini belle, ma difficilmente riuscirei a emozionare davvero. Perché il senso di ciò che faccio non è “riprendere un matrimonio”, ma raccontare una storia vera, fatta di relazioni, di sfumature, di silenzi e piccoli gesti.
E poi arriva il montaggio. Per me, il montaggio è la vera regia del video. È lì che il materiale grezzo prende forma, ritmo, anima. Anche un matrimonio apparentemente “tranquillo” può trasformarsi in qualcosa di vivo, vibrante, toccante. Ogni scena, ogni stacco, ogni scelta di tempo e musica deve avere un senso. Nulla è casuale: il montaggio ha una sua grammatica, un linguaggio visivo che va oltre la tecnica e riflette la mia sensibilità narrativa. Due videomaker possono montare lo stesso materiale e ottenere due risultati completamente diversi – perché ciò che fa davvero la differenza è la visione personale. Chi sceglie il wedding reportage lo fa perché vuole rivedersi per ciò che è, non come il protagonista di un film diretto da qualcun altro. Ma questo non significa che ogni coppia si senta subito a proprio agio con questo stile. Alcune persone sono più timide, altre più rigide, e in quei casi il mio ruolo cambia. Divento una guida silenziosa, un sostegno che aiuta a sciogliere la tensione, a sentirsi liberi senza mai forzare nulla. Ma una cosa non cambia mai: non invento, non dirigo sul momento, non altero. Osservo, comprendo, e racconto.
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Dare Dignità al Video di Matrimonio
Ho sempre lottato per dare dignità al video di matrimonio. Per troppo tempo è stato considerato un servizio secondario, un semplice "extra" rispetto alla fotografia. In parte, credo sia anche colpa nostra, dei videomaker, che non sempre ci siamo presentati con la giusta consapevolezza del nostro ruolo e valore. Abbiamo trascurato l’importanza di comunicarci non solo come artisti, ma anche come professionisti capaci di offrire un servizio completo e di qualità. Il risultato? Ancora oggi molte persone associano il video di matrimonio a quei vecchi filmati lunghi, statici, privi di anima. Ecco perché ritengo fondamentale educare le coppie. Non cerco di convincerle a parole, ma mostro il mio lavoro per ciò che è, offrendo la possibiilità di visionare i video completi, perché credo che solo così si possa percepire davvero il mio stile, il mio linguaggio narrativo, la mia sensibilità. È il modo più sincero e trasparente di presentarmi, senza filtri e senza promesse vuote.
Il mio video ideale? Sotto i 20 minuti, montato con cura, non necessariamente in ordine cronologico ma adattato alla coppia, e dove ogni taglio ha un senso logico e narrativo. Il montaggio è quello che rende un matrimonio, anche uno dove apparentemente "non succede niente", vivo e dinamico.
Bisogna anche sfatare un mito duro a morire: quello del videografo di matrimonio visto come “serie B”. Niente di più lontano dalla realtà. Chi fa questo mestiere con serietà e passione è, allo stesso tempo, regista, direttore della fotografia, montatore e spesso anche produttore. Soprattutto quando si lavora in stile reportage, è necessario essere rapidi, istintivi, presenti. Ogni scena dura un attimo e non c’è possibilità di replica. Non possiamo chiedere agli sposi di rifare un gesto o di aspettare la luce perfetta: siamo noi a doverci adattare, ad avere l’intuizione giusta, a trovarci nel posto giusto al momento giusto. Un altro aspetto cruciale è il lavoro di squadra, in particolare è consigliabile costruire un buon rapporto con il fotografo e con la wedding planner. Quando c’è sintonia e rispetto reciproco, si crea un flusso armonico che valorizza ogni momento della giornata. Al contrario, una visione non condivisa può ostacolare il lavoro di entrambi. Se, per esempio, il fotografo insiste nel fermare gli sposi sotto una finestra per avere la luce perfetta, quel gesto perde spontaneità. Diventa una scena costruita. Per questo motivo consiglio sempre alle coppie di scegliere professionisti affini tra loro, che magari abbiano già lavorato insieme. L’armonia tra fornitori non è un dettaglio: è parte integrante della narrazione.
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L'Arte del Wedding Reportage: Autenticità, Osservazione e Amore
La fiducia con la coppia è la base di tutto. Si costruisce sin dal primo incontro, mostrandomi autentico, sicuro, disponibile al dialogo. Spiego con chiarezza che il mio racconto sarà spontaneo, mai costruito, e non nascondo neppure quelli che potrebbero essere considerati “difetti” del reportage: una luce non perfetta, una ripresa non canonica, un momento visivamente poco “instagrammabile”. Ma se l’immagine è autentica, sarà emotivamente potente. Quando una coppia si fida davvero, le richieste di modifica sono minime o del tutto assenti, perché ha compreso il senso profondo del mio lavoro, la visione che guida ogni scelta in fase di montaggio. Documentare tutto non significa mostrare tutto. Non inserisco nel video finale scene che non hanno una funzione narrativa, come le firme o lo scambio dei regali, a meno che non mi venga espressamente richiesto. Riprendo tanto, e con intenzione: perché il mio obiettivo è cogliere l'imprevisto e ciò che potrebbe rivelarsi, in fase di montaggio, un dettaglio prezioso per raccontare una storia vera. L’editing è, per me, la mia seconda regia: è lì che la narrazione prende forma, si crea ritmo, si accende la magia.
Il mio wedding reportage in tre parole:
- Autenticità, perché preferisco un abbraccio sincero, magari in un angolo buio della casa, a uno costruito sotto una finestra perfetta. Non sto dicendo che la qualità non conti – seguo workshop, mi aggiorno, mi appassiono – ma la verità emotiva, per me, vince sempre sulla tecnica. La più grande soddisfazione? Quando una coppia mi scrive: «Non ci siamo accorti che ci stessi filmando, eppure hai colto tutto». In quel momento so di aver fatto bene il mio lavoro.
- Osservare, nel senso più profondo del termine. Guardo tanto, osservo tutto, anche ciò che so che forse non finirà nel video. Non voglio mai rischiare di perdere un gesto, uno sguardo, un dettaglio che potrebbe rivelarsi materia narrativa. È solo in fase di montaggio che decido cosa tenere, cosa ha davvero qualcosa da dire. Perché ogni storia merita di essere costruita con attenzione, senza forzature, con ritmo e coerenza.
- Amore, infine. Perché questo mestiere, per me, è un atto d’amore: verso la narrazione, verso le persone, verso il mio ruolo di videomaker. Non l’ho mai considerato un ripiego né qualcosa di secondario rispetto alla regia o ad altri ambiti creativi. Al contrario: ogni esperienza mi arricchisce, mi insegna qualcosa, mi rende un narratore migliore. Tutto si completa, tutto si intreccia. E in fondo, è proprio questo il senso del mio lavoro: raccontare la verità delle persone con rispetto, attenzione e cuore.

La soddisfazione più grande, alla fine, è vedere la reazione genuina delle coppie quando rivedono il loro video e percepiscono l'autenticità del racconto. È un lavoro faticoso, certo. Ma proprio quella fatica – fatta di attenzione, sensibilità e presenza – è ciò che mi spinge a continuare, ogni volta con nuova passione. Se non si fosse capito, il “maestro” nel titolo è volutamente ironico. Una provocazione verso quei fornitori, fotografi e videografi in primis, che si prendono troppo sul serio e dimenticano che l’umiltà e l’ascolto sono le vere chiavi per crescere. Non serve brillare di luce riflessa: serve esserci, davvero, per chi ci sceglie.
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