Quando ho raccontato su queste pagine la mia esperienza con Cammurrìa di Biancamare, il punto centrale era il lavoro in solitaria: girare un video musicale da solo, gestendo riprese, scelte tecniche, attrezzatura, ritmo e montaggio come un vero “one man band”. È un approccio che conosco bene, a volte necessario, spesso stimolante, ma anche fisicamente e mentalmente impegnativo. Con Erva Tinta, invece, il processo è stato quasi l’esatto opposto.
Questa volta non si trattava di costruire tutto da zero partendo da una mia visione personale, ma di mettere le mie competenze tecniche al servizio di un immaginario già definito.
La direzione artistica e la regia sono di Elena Alaimo e Wushu Studio, mentre io mi sono occupato delle riprese e del montaggio. Sembra una distinzione semplice, ma in realtà cambia tutto: quando non sei tu a guidare l’intera visione, devi imparare ad ascoltarla, capirla e tradurla in immagini. È un lavoro molto diverso dall’autonomia totale. Non meno creativo, anzi. A volte è persino più delicato, perché la tecnica non deve imporsi. Deve accompagnare e trovare la forma giusta per rendere visibile qualcosa che nasce nella testa di qualcun altro. In un videoclip, questa dinamica è ancora più importante: la musica dà il tempo, la regia dà la direzione, la fotografia costruisce l’atmosfera, il montaggio cerca il respiro. Se anche solo uno di questi elementi forza troppo la mano, l’equilibrio si rompe.

Trasformare il Giudizio Degli Altri in Materia Visiva
Il concept di Erva Tinta lavora su un’idea semplice: le parole degli altri, i giudizi, le “mali lingue”, la rabbia che passa da persona a persona fino a diventare qualcosa di fisico. La regista non voleva raccontare il giudizio in modo didascalico, ma trasformarlo in percezione. Il pubblico non deve semplicemente capire che la protagonista è giudicata o attaccata: deve sentirlo. La camera, in questo senso, diventa invadente e al tempo stesso distaccata. L’argilla è un elemento simbolico del video. Compare prima sulle mani, poi sui volti, poi sui vestiti. Passa da un corpo all’altro come un contagio, come il pettegolezzo. Dunque non è solo materia scenica: è la visualizzazione di qualcosa che si attacca addosso. In questo tipo di progetto, la ripresa deve assecondare il simbolo senza spiegarlo troppo. Se lo rendi troppo chiaro, diventa didascalico. Se lo lasci troppo vago, rischia di perdersi. Il lavoro tecnico sta proprio lì: trovare una distanza giusta tra immagine e significato.
Uno degli aspetti più interessanti di Erva Tinta è il modo in cui la coreografia di Maria Giovanna Grignano viene pensata come forma di pressione. Le ballerine non costruiscono una coreografia tradizionale attorno a una cantante che balla con loro. Al contrario: si muovono, strisciano, invadono lo spazio di Biancamare, mentre lei resta quasi immobile, come se stesse subendo qualcosa. Questo dettaglio cambia completamente il senso della scena. La danza, quindi, non diventa liberazione immediata, ma oppressione. Dal punto di vista delle riprese, questo richiede un’attenzione diversa. Non bisogna solo seguire il movimento delle ballerine, ma capire cosa quel movimento produce sulla protagonista. La camera deve registrare lo sfioramento, l’invasione. Se la scena venisse ripresa come una normale performance coreografica o con gymbal, perderebbe gran parte della sua forza. La reazione arriva solo più avanti, nella parte finale del video. È un percorso più interessante rispetto alla semplice esplosione coreografica, perché racconta una trasformazione: da corpo che subisce a corpo che sceglie.

Riprese e Reference Visive
Per quanto riguarda le riprese, il punto di partenza non è stato un mio immaginario chiuso, ma un insieme di reference visive proposte dalla regista. Questo è un passaggio fondamentale, perché spesso si pensa che curare l’immagine significhi imporre il proprio stile. Le reference indicavano una direzione chiara, sia in termini di luce che di spazi e inquadrature. Le saline, da questo punto di vista, diventano quasi un paradosso visivo: uno spazio ampio, aperto, luminoso, che però può diventare mentale, isolante. Il magazzino, invece, porta il video in una dimensione più fisica e teatrale. Il mio lavoro, in fase di ripresa, è stato cercare una grammatica coerente con quel mondo visivo: capire quando stare addosso ai volti, quando lasciare spazio ai corpi, quando sporcare il movimento e quando, invece, cercare un’immagine più controllata.
Ancora una volta ho utilizzato la mia Sony a7S III, abbinata a lenti fisse Sony 35mm e 85mm f/1.8, una combinazione che mi ha permesso di lavorare con buona profondità, naturalezza e sensibilità anche in condizioni non sempre semplici. Per le coreografie, invece, ho scelto di non usare il DJI Pocket 3, come avevo fatto nel video precedente. Le condizioni di luce erano più difficili e, soprattutto, avevo bisogno di un’immagine meno stabilizzata, più sporca e dinamica. Per questo l’intero videoclip è stato girato a camera a mano, cercando un movimento vicino ai corpi e coerente con la tensione della scena. L’unica luce artificiale con softbox l’ho utilizzata nelle riprese in casa, davanti alla finestra. Per il resto ho preferito lavorare quasi sempre con la luce naturale, senza alterarla troppo, lasciando che fossero gli ambienti, le ombre e le condizioni reali delle location a contribuire all’atmosfera del video.

Quando un Effetto può Raccontare una Liberazione
Nel finale di Erva Tinta, la protagonista brucia simbolicamente l’erba tinta. È un momento importante perché chiude il percorso emotivo del video: non ha sconfitto davvero ciò che la ferisce, ma sceglie di non diventare come quella stessa energia tossica. È una liberazione più interiore che spettacolare. Dal punto di vista tecnico, però, quel fuoco non è stato realizzato realmente sul set. È nato da un lavoro di luci, atmosfera ed effetti particellari applicati in post-produzione. Una scelta pratica, ma anche creativa: non sempre serve ricostruire fisicamente un elemento per renderlo credibile o funzionale al racconto. A volte puoi suggerirlo, costruirlo, farlo esistere attraverso il linguaggio visivo.
È una tecnica che avevo già sperimentato nel booktrailer de I Vendemmiatori di Marco Bagarella, dove il lavoro su luci, particelle e atmosfera mi aveva permesso di costruire una sensazione senza dover dipendere soltanto dall’elemento reale. In Erva Tinta questo approccio mi è tornato utile proprio perché il fuoco non doveva essere solo un dettaglio scenico, ma un segno simbolico. La cosa interessante degli effetti, quando vengono usati così, è che non servono a “fare spettacolo” nel senso più superficiale del termine. Servono a completare un’idea. Se lo spettatore si concentra sull’effetto, qualcosa non funziona. Se invece sente che quel momento chiude il percorso della protagonista, allora l’effetto ha fatto il suo lavoro.

Montaggio e Considerazioni Finali
Il montaggio di Erva Tinta è stato un lavoro di equilibrio. Da un lato c’era una struttura molto chiara e pianificata in pre-produzione, con scene e funzioni narrative precise. Dall’altro c’era la necessità di dare ritmo a un videoclip, quindi di trovare energia, continuità, respiro. Montare un progetto diretto da altri significa accettare una responsabilità precisa: non devi soltanto cercare il taglio che funziona meglio per te, ma quello che serve meglio la visione del regista. A volte il tuo istinto ti porterebbe altrove. Magari avresti scelto un ritmo diverso, una scena più asciutta, una soluzione più vicina al tuo modo di raccontare. Ma non sempre il tuo gusto coincide con l’identità del progetto. Ed è qui che il montaggio diventa un esercizio di disciplina. Devi capire dove puoi intervenire per migliorare la tenuta del racconto senza tradire l’intenzione iniziale. Per me questo è uno degli aspetti più interessanti del lavoro audiovisivo: capire quando è il momento di firmare un’immagine e quando, invece, è il momento di fare un passo indietro. In Erva Tinta il mio compito era aiutare il video a trovare una forma coerente con la regia, non trasformarlo in un progetto diverso.
Nel videoclip di Cammurrìa avevo raccontato la libertà e il peso del lavorare da solo. Con Erva Tinta, invece, ho vissuto il valore opposto: il lavoro di chi mette le proprie competenze dentro un progetto guidato da altri. La regia e la direzione artistica di Elena Alaimo e Wushu Studio, la presenza scenica di Biancamare, la coreografia, il lavoro delle ballerine, il make-up, lo styling, le comparse, il backstage e tutta la rete creativa intorno al progetto hanno costruito un’esperienza più stratificata, dove ogni ruolo aveva un peso preciso. Non è sempre facile, perché lavorare su una visione altrui significa anche rinunciare a una parte del proprio controllo. Ma è un passaggio necessario se si vuole crescere davvero come professionisti. E in un settore in cui spesso si parla solo di creatività personale, forse questa è una lezione preziosa: saper fare bene il proprio lavoro anche quando il progetto non nasce dal tuo sguardo, ma ha bisogno del tuo sguardo per arrivare in fondo.



Cast & Crew
Con Biancamare / Floriana Poma
Art direction e regia: Elena Alaimo e Wushu Studio
Riprese e montaggio: Vito Sugameli
Coreografie: Maria Giovanna Grignano
Ballerine: Maria Giovanna Grignano, Laura Consentino, Anna Genovese, Desiré Marchingiglio, Ylenia Dessì
Styling: Elena Alaimo
Hair stylist: Trapani in Moda
Make-up artist: Sonia Cuddemi, Giorgia Ruggirello
Foto e backstage: Elena Alaimo
Social media manager: Giovanni Mannina
Comparse: Giovanni Tranchida, Dario Poma, Alina Kasmalieva, Rosy Cassisa, Alessandra Cardella, Jennifer Marrone, Lucia Bosco
Si ringraziano Enzo Romano, Etrusko / Luigi Tarquini, Alaska / Luca D’Arbenzio, Troppo Records, Gianluca Sala e Universal Music Italia
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